benvenuti a casa della stronza

Questa è la casa della Stronza Jenny, una dimora in cui vigono regole tutte strane e che potreste non accettare, ma a me che me ne fotte?

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venerdì 11 gennaio 2013

Bobin, Autoritratto al Radiatore: Ritratto dell'Assenza

Autoritratto al radiatore - Autoprtrait au radiateur 
1996/97- Christian Bobin
(Copiright Edition Gallimard, Paris, 1997) 

Stampato da Editrice Salentina Srl, Galatina (Le), nell'aprile 2012, per conto di AnimaMundi Edizioni, Otranto (Copileft)

Copertina di Autoritratto al Radiatore
Premessa d'obbligo: non aspettatevi stronzate, solo per questa volta.

Questo libro mi si è palesato come un'apparizione, o meglio, è stato un dono di Giuseppe Conoci, una personcina simpatica e profonda, capace di delicato umorismo e grandi riflessioni, una di quelle anime che dicono tutto con gli occhi liquidi, spalancati di meraviglia e curiosità per il mondo. 
Ci conoscevamo di vista essendo concittadini, ma non ci eravamo mai fermati a scambiare 4 chiacchiere. Nel 2012 per una serie di eventi fortuiti ci siamo incrociati.

La vita è strana e nel caos del caso le cose non succedono a cazzo.

Ora posso considerarlo un amico, un collegamento tra me, terrena e sconclusionata e l'infinito della conoscenza, una risorsa per la necessità di colmare i vuoti esistenziali, generatori di tumulto interiore.
Giuseppe è anche proprietario di un negozietto carino, specchio della sua natura multiforme:  AnimaMundi nel centro storico di Otranto.
Tutti i frutti di Giuseppe sono riflesso ed estensione delle sue esperienze e vita.
Ecco come ha fatto evolvere il negozio, una specie di Pokémon: prima è divenuto Etichetta discografica indipendente dai suoni etnici, dimostrazione della raffinatezza dei gusti del proprietario e da poco, anche casa editrice la AnimaMundi Edizioni.

Così descrive la sua attività sul sito:

Troviamo difficoltà a stabilire chi siamo… poiché la nostra identità si crea e si disfa, si trasforma di continuo ricevendo influenza dal noto e dall'ignoto, dalla nostalgia, dalla gioia, dall'entusiasmo e dalla paura, dalla pazienza e dalla compulsione, dal rumore, dal caos, dalla lentezza, dal respirare piano, dal respirare appieno, dal contesto in cui è inserita la nostra vita e da tutti i contesti lontani nello spazio e nel tempo, dagli incontri reali e immaginari che quotidianamente costellano il nostro cammino, dai racconti degli altri, dalle storie speziate, dalle storie spezzate, dalle storie cantate...
Così quando ci siamo incontrati, Giuseppe mi aveva accennato ad un regalo da farmi. Il Signore, se esiste, agisce per canali insoliti e il 14 dicembre mi ha fatto arrivare il libro di questo strano autore, Bobin,per mano di Giuseppe che in in 1° pagina mi scrive
 " a Jenny, che cerca la luce fragile dietro le convenzioni.
                                                                                    Giuseppe, 
                                                                                           Otranto, 14 dic. 2012"

L'autore
Autoritratto dei baffi: Bobin
Christian Bobin classe '51 è di Le Creusot, cittadina della Francia settentrionale che non ha mai lasciato.
Poeta e scrittore noto in patria, per la scrittura intensa e efficace, tratta di argomenti profondi e personali. Non esistono equivalenti italiani.
Di questo autore in italia sono apparsi L'uomo che cammina su Gesù, Francesco e l'infinitamente piccolo su San Francesco, Resuscitare, Elogio del nulla, Presenze, Autoritratto e Geai.

La mia visione distorta delle cose

Autoritratto è un taccuino, in cui l'autore utilizza una forma mista di poesia e prosa per annotare sensazioni. Inizia a scrivere la vigilia di Pasqua del 1996 e termina la vigilia della Pasqua successiva.
Bobin si nutre di piccole cose per scrivere e colmare la presenza dell'assenza, filo rosso di tutte le annotazioni, le quali potrebbero essere lette in maniera autonoma.
In questo, che è un diario dell'anima in pillole, si può leggere chiaramente fin dalle prime pagine l'intenzione dell'autore: trovare un modo di comunicare l'incomunicabile, descrivere ciò che non esiste, citando e facendo notare cosa non conosce, passando attraverso i santi, i deliri e lo studio della teologia.
E' vero, Christian non s'è mai mosso da casa sua, ma conosce bene i diari dei viaggiatori, sa come trasportare, conosce quello di cui scrive e parla dell'universale, dell'infinito rimanendo tra le 4 , ben definite, mura di casa sua, tra fiori parlanti, odorosi e colorati.
La sua è una scrittura di trasporto, evocativa e del sentimento, non adatta a chiunque, se non a chi è in grado di abbandonarsi all'estasi e non ha paura di essere solo.

Voto: 7.5/10

venerdì 2 novembre 2012

L'uomo venuto dal mare. Ultima parte.


Parte 4 – come tutto è iniziato, così era già finito
Stava per albeggiare. Una carretta del mare, una piccola vela piena di persone ed i corpi uno ammassato sull’altro. Stremati si facevano trasportare. Rumore del mare e poche parole. Procedeva lenta.
L’uomo osservava il biglietto tra le mani, poi lo riponeva nel portafoglio. Un altro uomo lo guardava mentre s’accorgeva del gesto, si avvicinava per rubare ciò che credeva fosse denaro. Un attimo di concitazione tra disperati e la testa sbattè contro il boma della vela. Una virata del natante e lui incosciente cadde in acqua.
L’avido sembrava familiare, lo stesso uomo che lo spinse e vide cadere nel cantiere ed ora osservava crescere la distanza tra la chiglia e l’uomo in mare.
Era morto.  Il corpo era cullato dal moto ondoso, giaceva in acqua abbandonato, gli arti rilassati, il viso immerso, i capelli fluttuanti nell’acqua marina. Era l’alba, e le increspature dorate s’infrangevano sui suoi vestiti.
Due pescatori a riva notarono l’uomo galleggiante e s’avvicinarono. Non fu facile raccoglierlo, ma ci riuscirono. Così l’uomo non raggiunse mai la riva con le proprie forze. Un foglio dispiegato fluttuava sul menisco marino, una pagina bianca su cui non vi era scritto nulla ora, ma che un tempo recava qualcosa.


giovedì 1 novembre 2012

L'uomo venuto dal mare. Parte 3


Parte 3 – Quello che accadde fuori dal posto sicuro
Cosa accade se si abbandona un posto sicuro. In quel posto ci era arrivato da poco e subito aveva deciso di dedicarsi alla conoscenza delle cose meno prossime a quelle mura tufacee.
Aveva capito a grandi linee di cosa si trattava. Si abbandonava la base per andare a lavorare. Muratori o giù di li, così aveva capito quando la sera prima aveva tentato a gesti a chiedere qualche spiegazione.
Si avvicinò all’autista per presentarsi, ma non comprendendosi, l’uomo alla guida iniziò a chiamarlo Ismael.
Non era il suo nome, ma poco gli importava, con la nuova vita il nuovo nome andava più che bene, fece cenno di sì con il capo e salì sul retro del furgone, accatastandosi letteralmente sugli altri. Nel frattempo capì di non ricordarsi più il suo vero nome, in verità da quando aveva intravisto la riva non ricordava più nulla di sé, del proprio passato, da dove venisse.
Erano pressati come sardine, questo il suo presente.
Il viaggio fu buio e scomodo. Il motore si spense e rividero tutti la luce, all’improvviso.
Scesero tutti. Davanti ai suoi occhi metri e metri di tubi metallici ed assi di legno che s’intersecavano come una ragnatela attorno allo scheletro in un cantiere.
Salì e iniziò a lavorare, seduto con una gamba a penzoloni nel vuoto. Vedeva il suolo chiaro e polveroso schiarirsi con il passare del tempo, il sole era sempre più alto, sempre più caldo.
Tutti attorno si muovevano agilmente tra le ramificazioni dell’impalcatura.  Salivano, scendevano e si districavano tra il metallo.
Tutti indaffarati gli operai nel formicaio brulicante di vita, versi e urla attorno a lui, vocali che penetravano i timpani, non riusciva a comprendere il significato, salì e iniziò a imitarli.
Lui era ancora lì seduto allo stesso punto, con la cazzuola in mano e il secchio vicino le gambe, mentre osservava bene per cercare di comprendere a fondo, parole che nella mente divenivano immagini nebulose.
All’improvviso perse l’equilibrio, urtato da qualcuno scivolò verso il basso. Intravide l’incolpevole che lo osservava atterrito mentre cadeva.
Stava per morire, realizzava mentre si avvicinava al suolo. Non pensava a nulla, il vuoto, solo osservava la polvere del suolo farsi più dettagliata, distingueva le pietruzze e i granelli più grossi.
All’improvviso un tonfo, che avvertì come fosse uno spettatore. Era precipitato ed era morto.
Al contrario di quanto molti possano pensare, in quegli attimi non vide scorrere la sua vita. Mentre la distanza con il punto d’impatto si riduceva, vedeva il punto d’arrivo farsi più vicino.
Non si oscurò neanche la vista. Fu buio d’un tratto, il suolo impattò con il corpo, lo accoglieva, avvolgendolo come acqua, quella da cui proveniva.

mercoledì 31 ottobre 2012

L'uomo venuto dal mare. Parte 2


Parte 2 – Le scoperte dell’ospite inatteso
Non si meravigliò di non essere stato il primo avventore di quel posto. Altri uomini avevano fatto del casolare il proprio luogo comune. Non erano li, a guardarlo e accoglierlo, non ci furono feste e sicuramente non ci sarebbero state neanche all’arrivo degli abitanti.
Uscì e ancora una volta, un piede avanti all’altro fu fuori automaticamente.
Muoversi non era mai stato così poco faticoso, emozioni già provate sembravano nuove, osservava il mondo, le cose erano sempre le stesse ma erano gli occhi ad essere nuovi. Qualcosa dentro di lui era cambiata. Probabilmente era entrato in contatto con una nuova consapevolezza di sé.
Avanzava tra le campagne, uliveti, frutteti e distese di grano, l’odore del mare era ovunque, lo attorniava sfiorandolo e la sua pelle, finalmente asciutta.
Passava nel campo di grano, distesa giallo oro increspata dalla brezza marina, mentre le spighe si piegavano al suo passaggio, tornando al posto originario poco dopo. L’effetto era lo stesso delle passeggiate in riva al mare, l’impronta rimaneva per poco.
Passò in un frutteto. Colse dei frutti maturi da un albero. Ne portò uno alla bocca e lo morse avidamente. Proseguì fino a saziarsi. Il succo colava per il mento fino alla scapola e segnava anche il polso della mano che lo stringeva.
Si stese all’ombra di una quercia di confine tra un fondo ed un altro. Si riposò fino a quando il sole caldo del tramonto non lo svegliò. Si alzò con calma e tornò lentamente dove era venuto, osservando il mondo attorno a lui, lieve e sereno dopo aver colto altri pomi riponendoli nell’incavo del maglione per poterli trasportare al casolare. Si ritrovò ancora una volta al casolare. Tornarono gli altri mentre si faceva sera. Scesero dal furgone.
Lo fecero accomodare, come si fa con un ospite inatteso ma del quale non hai disturbo per la repentina presenza.
Non si conoscevano, eppure nessuno dei presenti si sarebbe definito estraneo all’altro. D’altronde non era un luogo comune?
Un fuoco a cui asciugarsi fino all’anima infradiciata dal tempo indefinito trascorso in mare e sostenuto da un po’ di pietà umana. Probabilmente non avevano radici comuni, ma il la via li aveva resi simili.
L’ospite era ormai di casa, aveva colto frutta per i compagni di ritorno, ricevette ringraziamenti con amichevoli pacche sulla spalla, mangiarono, scambiarono quattro chiacchere e andarono a dormire.
L’ospite decise, mentre stava per prendere sonno, che il giorno dopo li avrebbe seguiti.
Andarono a dormire tutti nella stessa camerata, materassi al suolo e lenzuola posate su corpi silenziosi, nessuno sembrava respirare. Il silenzio d’oro si era diffuso nella masseria placandola con la sua natura preziosa.
Anche l’ospite si distese sul materasso, senza emettere alcun rumore. Il silenzio contagioso lo aveva conquistato. Anche lui apparteneva a quel luogo dai morbidi atteggiamenti.
La  mattina era vicina ma era ancora buio. Si svegliò l’ospite mentre i suoi compagni andavano via dal casolare. Una processione di corpi verso un furgone che li caricava, spiava dalla finestra affacciata sulla via dal quale era arrivato, anche se c’era qualcosa di diverso nel paesaggio, i fari anteriori della vettura proiettavano ombre innaturali lungo la via. Non si domandò nulla dell’atteggiamento degli uomini, scomparsi dopo essere stati caricati a bordo del mezzo. Nessuna curiosità, nessun timore. Li seguiva e saliva anche lui sul mezzo.
Aprì gli occhi, era già mattina, i suoi compagni si stavano preparando. Iniziava il viaggio alla scoperta del mondo oltre i confini della masseria.


sabato 20 ottobre 2012

Deep democracy, le parole cambieranno il mondo?

In genere non scrivo molto seriamente, anche se di poco serio nei miei testi ci metto la forma. Per il resto, essendo una depressa cronica, di base le tesi e le tematiche da me trattate sono più che serie, direi tetre e grottesche.
Alcune premesse sono necessarie per comprendere quello che vado significando.
Aspettavo a casa da un'ora, quando saltando di canale in canale televisivo mi sono soffermata su un programma che ho trovato illuminante: Iconocalsts, in particolare un episodio di questo format TV, quello del 8 novembre 2007, avente come protagonisti Deepak Chopra (il guru indo-americano delle celebrities) ed uno dei miei comici preferiti, Mike Myers (Austin Powers e voce di Shrek). 




Entrambi dei geni nel loro campo, l'uno nello spillare soldi con pubblicazioni di scienza confusa e psicologia-astrofisica-sociale spicciola (scherzo, in realtà ne sono affascinata) e l'altro per le sue doti recitative comico/drammatiche, messi insieme spiegavano cosa fosse la risata: la realizzazione della fallibilità e mortalità umana e ricuce questa discrepanza tra pensiero dell'impossibilità di non esserci più e la continuità dell'esistenza, il ciclo vitale che prosegue nonostante tutto.


Forse ho capito male, ma è ciò che mi è rimasto in testa, un senso lo avrà di certo. O no?

"The rise of the reasons" è una frase che mi è balzata in mente in maniera istintiva l'altro giorno e poi riportata sul mio profilo Facebook, più per assonanza ed allitterazione che per il suo significato realizzato solo in seguito all'emissione del suono, se ve lo steste chiedendo la frase è mia e me ne assumo la responsabilità.
Forse inconsciamente mi sto preparando ad una sorta di cambiamento interiore. D'altronde a 26 anni o cresci e cambi, migliorandoti o regredisci e fallisci e poi non è questo l'anno dei Maya?

Per quanto riguarda la partecipazione all'Open Forum di Otranto, ieri 19 ottobre, organizzato tra gli altri dal Deep Democracy Institute e incentrato sulle Metamorfosi del Sud, sono rimasta fortemente colpita. Ho partecipato dopo aver vinto le mie barriere e i miei preconcetti su questo genere d'iniziative, generalmente non bastano le parole per cambiare il marcio attorno a noi: può una moltitudine di gente, un melting pot, riunito per parlare di democrazia profonda e cambiamento?



Probabilmente i partecipanti sono tutti accorsi alla ricerca di risposte alle loro domande, cadute inascoltate dalla democrazia rappresentativa, una contraddizione in atto, potere del popolo esercitato, non dal popolo stesso, ma da rappresentanti eletti in maniera anonima, esseri umani corruttibili e corrompibili. Come ci si può aspettare il funzionamento di un meccanismo così contorto, facilmente deviabile? Un altro elemento aggrava la malsana situazione democratica moderna, è il concetto stesso di modernità, a mio avviso scorretto ed anacronistico, da sostituire con il suo "concorrente" di contemporaneità. La democrazia andrebbe esercitata, dunque, con forme contemporanee a chi la esercita, non nascondendosi, ma mostrandosi ed utilizzando tutti i mezzi a disposizione, tra i quali il web e le identità virtuali, in maniera coscienziosa e responsabile, esponendosi realmente e mettendoci la propria personalità, non utilizzando la rete per spersonalizzarsi, vivendo così una vita alternativa a quella reale e sfogando solo le proprie frustrazioni in maniera random.

Una soluzione sarebbe utilizzare il virtuale come reale e comprendere a fondo l'utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione ed interazione.


Per la prima volta ho visto ballare persone tra di loro semi-sconosciute ai ritmi ancestrali della musica popolare della mia terra, il Salento e dopo anni di rifiuto ho deciso di ballare ancora la pizzica. Questa esperienza mi ha toccata. Forse le parole possono cambiare il mondo, indubbiamente mi hanno incrinata, ridendo, ricucendo un lembo dei miei brandelli alla vita, facendomi concepire lo scorrere del tempo, un ritmo da danzare.


Unico appunto la scarsa presenza di miei compaesani idruntini, ancora poco sensibili alla parola e tanto suscettibili al silenzio e sguardi bassi e contentini.


Grazie Giuseppe, grazie Barbara, Federico, Antonella, Makiko e tutte le persone intervenute al forum, mi avete fatto ballare...

domenica 16 settembre 2012

Ben tornata a me

Torno a scrivere dopo due mesi di assenza.
Mi è mancato questo spazio mio, libero ed incondizionato, una specie di orizzonte senza limiti.
Scrivo e ascolto Riders on the storm dei The doors, fuori diluvia, un temporale estivo sulle mura della mia Otranto.
Intanto fuori piove. Scelta conscia e consapevole.
Cosa potrebbe esserci di meglio?
Mi sento malinconica e ansiosa. Provo ad essere positiva, provo a dirmi che posso bastarmi sola, ma alla fine...

Piove, tuona e l'autunno è già qui.


Prendi il tuo uomo per le mani, fagli capire, il mondo dipende da te, la nostra vita non finirà, ama il tuo uomo. In questa casa siamo nati... in questo mondo noi siamo stati gettati.

sabato 16 giugno 2012

29 giugno presentazione Cafè des Artistes a Otranto presso Cafè Sud Est



Sarà presentato,dal Club Unesco di Otranto, il 29 giugno 2012 alle 21 presso il Cafè Sud Est a Otranto, il nuovo libro di Angela Leucci, "Cafè des Artistes", edito da Lupo editore.


Intervengono l'autrice Angela Leucci e il coautore di due dei racconti contenuti nel volume Paolo Merenda
Presenta e modera Jenny De Cicco
Letture a cura di Eugenia Toni e Renato Grilli.
Seguirà djset.

Il libro
Una bionda detective argentina, un caffè letterario, lo strano omicidio di un pusher. Sono solo alcuni degli elementi di "Café des Artistes", romanzo breve che apre il ricco scenario ai personaggi racchiusi in questa raccolta. Una galleria di suggestioni, in cui il folle Michele Lamorte scolpisce nella pietra l'immagine della moglie morta e il motto "Beati quelli che non hanno storia", un'insegnante costruisce dentro di sé l'aberrazione per i lunedì, due gemelle uccidono per essere felici e due gemelli si danno all'incesto per liberare il mondo dal male. Come nei Menecmi plautini o nei film di Peter Greenaway, anche le immagini simmetriche nascondono storie inenarrabili, tutte da leggere.

L'autrice
Giornalista e scrittrice Angela Leucci collabora con La Gazzetta del Mezzogiorno, DireDonna, Belpaese, IlVostro.it e dirige OtrantoOggi. Suoi lavori sono comparsi su molte raccolte come "31 piccoli scatti & scritti" (Linea BN) e "La notte delle streghe e dei vampiri (Giovane Holden). La sua prima raccolta di racconti si intitola "Nani, ballerine e altre suggestioni". È membro della Società di Storia Patria per la Puglia.

Info: Jenny De Cicco, mail: deciccojenny@gmail.com

venerdì 8 giugno 2012

il mio paese? Un paese mediocre


Questo è il mio paese. Bello fuori e pieno di merda dentro.
Il paese da cui tutti stanno cercando di mandarmi via.

Qualche giorno fa mi sono chiesta se partire o restare. Inizio a fare delle valutazioni.

Se partirò sarà perché mi sono arresa ad una politica del terrore che spesso viene attuata nei confronti di chi rappresenta solo se stesso e non ha forza dietro.

Questo è il mio paese, una bella conchiglia e dentro una vongola rattrappita e fetida, che erode la roccia su cui fonda la sua casa.

Non parto. Non mi sono ancora arresa, non voglio sottomettermi ad atteggiamenti di tipo mafioso, linfa vitale e pane quotidiano. Non mi arrendo al fare omertoso, alla politica degli sguardi bassi.
Non mi arrendo al civile Don, ne al sacro don.
Non chino la testa davanti a Dio che mi fece a sua immagine. Non chinerò la testa davanti ad un ammasso di fango e sputo.
Non mi voglio arrendere all'arrendevolezza, all'accettazione per mero interesse personale.
Che paese è il paese in cui i mezzi comprati con soldi pubblici vengono dati in gestione ad associazioni che ne usufruiscono e concedono in affitto dietro lauta retribuzione. Un paese in cui gli affari sporchi vengono palesemente sbrigati sotto gli occhi di tutti e nessuno dice nulla. Il mio paese è bello, il mio paese ha storia, una storia svilita, ma tanto infinita da non potere essere ignorata neanche strappandosi gli occhi dalle orbite. Il mio paese ha una storia e prosegue non ostante certi individui cerchino di manipolarla per il proprio mero strapotere personale.
Quale paese può definirsi patria, se è quello che preferisce mandare i propri figli e le proprie figlie ad arricchire le case di sconosciuti in altre città e paesi.
Per andare avanti si deve essere mediocri e strisciare.
Quale paese confonde la politica con l'amministrazione, toglie la dignità e i diritti di espressione con un semplice sguardo a chi si propone.
Non mordere la mano di chi ti da mangiare, ma io non mangio bocconi avvelenati.
Mi mandano avanti a fare l'alfiere per combattere la mia battaglia in solitaria a controllare un campo minato, giusto perché il vecchio mangi il nuovo e i mediocri proseguano la propria strada. Questo è il paese dei vecchi, dove neanche i giovani hanno la forza di rimanere e se rimangono sono sorretti da capibastone.
Un paese in cui si è conformati, conformisti, se non sei descrivibile ed ascrivibile in un gruppo o una categoria, non devi neanche essere nominato, preso in considerazione.
Quale paese nega il diritto al lavoro. Paese mio, sei tu la rovina di te stesso.
Poteri tanti, concentrati nelle mani di pochi.
Ci si vende per 100 euri, io preferirei vendermi nelle feste "bunghesche" a 7000 di euri, almeno mi compro la macchina per scappare. Non mi vendo per poco, questo articolo lo pagherete caro.
Purtroppo sono masochista e resto. Purtroppo. Per voi.



giovedì 7 giugno 2012

millantatori

In ogni lavoro, in ogni passione che uno ha capiterà sempre di incontrare dei millantatori.
Ogni giorno ne incontro qualcuno.
E' veramente triste il modo di porsi di codesti individui.
Qualche etologo dovrebbe studiarli, magari si troverebbe un modo per evitarli.
Cambio argomento.
Lo so che i miei post ultimamente sono poco cinici e soprattutto molto brevi, ma il lavoro incombe e mi succhia via tempo ed energie. Forse per essere un buon blogger c'è bisogno di essere disoccupati, ecco spiegato il fiorire di blog come funghi nell'ultimo periodo dell'era Monti.
Detto ciò non ho nulla da farmi perdonare, ma siccome sono narcisa e amo essere elogiata posto una mia bella foto, fatta poche ore fa.
Mi raccomando esprimete tutti i vostri elogi nei miei confronti.
Non dimenticatevi di sottolineare che oltre che intelligente, brava e magnifica io sono anche BBona e con delle tette da paura.
ph by Jenny De Cicco
ciao a domani.

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