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benvenuti a casa della stronza

Questa è la casa della Stronza Jenny, una dimora in cui vigono regole tutte strane e che potreste non accettare, ma a me che me ne fotte?

martedì 30 ottobre 2012

L'uomo venuto dal mare. Parte 1


Pubblico di seguito la prima parte del racconto L'uomo venuto dal mare. Tratto da un'idea del mio fidanzato, il cagacazzi Marco, scritto da me e supervisionato da egli.
Per ogni giorno una parte del racconto, fino alla fine dello stesso, ovviamente.
Non mi interessa sapere se vi sia piaciuto, ma mi farà piacere ricevere critiche, consigli e correzioni.
L'immagine a seguire è quella della Karter I Rades, motovedetta albanese protagonista della strage del Venerdì Santo 1997 (28 marzo) nelle acque brindisine del Canale d'Otranto, vi consiglio di informarvi, per via della storia tragica sia passata che presente non solo circoscritta al locale, ma parte di un unicum nazionale di migrazioni solo in parte spontanee degli anni '90 in Salento. Questo relitto a Otranto è oggi monumento, discusso, dell'artista greco Costas Varotsos, per le vicende alterne della sua chiglia e per la politica paesana.


Parte 1 - Arrivi

Dune e sabbia. Una piccola barca fluttuava come sospesa in un cielo al contrario. Un braccio penzolava sfiorando con il dorso il pelo dell’acqua, per estremità dita muscolose e ruvide segnate dall’umido. La lancia incedeva verso riva, sulla chiglia i segni del tempo.
Flutti, piccole increspature della superficie oleosa e solo il rumore del mare la avevano accompagnata fino alla riva. A bordo un uomo, solo. Alzava il capo greve, separandolo finalmente dalla spalla sulla quale l’aveva poggiato. Ecco, poteva vedere la riva, sabbia finissima agglomerata in spiaggia e cumuli alle cui spalle si infittiva un bosco. Trascinato verso una meta da una ricerca necessaria che sospingeva un uomo abbandonato a sé stesso.
Fluttuava la carretta su acque illuminate dal sole dell’alba. La luce iniziava a far intravedere il fondale, come dardi i suoi raggi fendevano la superfice marina, riflettendo l’oro del mattino. Mare calmo, avanzava la chiglia verso la battigia. Liquida gli trapassava l’incavo delle dita, cercò di stringerla, pur sapendo di non poterla trattenere e di essa sul palmo non rimase nulla.
Di certo era più calda rispetto all’aria dell’alba, tagliente dal freddo. Fino ad allora non aveva avvertito nessun fastidio, ma tutto stava per cambiare, lo percepiva con un brivido allo stomaco. Quella sensazione indefinita, un languore.
Riportò a bordo la mano, lentamente. Era ora di scendere. Si buttò in acqua, lasciandosi alle spalle la via appena percorsa. Il mare finalmente incontrava la terra. Lui finalmente incontrava una base solida.
Ora osservava la distesa di sabbia avvicinandosi alla riva, trascinando velocemente una gamba dietro l’altra, strappandole una per volta dal peso del mare, che s’avvinghiava ai pantaloni come a volerlo trattenere e lo tirava giù per le caviglie. L’ultimo sforzo per poi potersi gettare al suolo e finalmente, far assaggiare la gravità alle sue ossa, mantenute fradice per giorni dagli abiti zuppi e private dalla sensazione di stabilità sotto ai piedi da tempo immemore.
Un passo ancora. Non sentì più l’acqua aggredirlo, mentre i suoi muscoli non reagirono come avrebbero dovuto. Per la troppa forza nel compiere gli ultimi passi cadde in ginocchio sulla battigia, come se delle catene si fossero spezzate in maniera repentina. Carponi sul tappeto di granelli, a differenza di prima, ora aveva qualcosa di concreto da poter afferrare.
Un attimo eterno prima di rialzarsi. Questa volta fu facile, si tirò in dietro sulle ginocchia. Finalmente in piedi il vuoto della sua mente fu colmato dal pensiero di dover frugare nelle tasche dei pantaloni, aderenti forse non si sarebbero più staccati dai quadricipiti in fiamme dalla stanchezza.
Estrasse un quadrato bianco dalla tasca destra. Quello spessore di carta all’inizio del viaggio era stato sicuramente un foglio. Lo dispiegò e lo osservò attentamente e lo ripose con prudenza da dove lo aveva preso, ripiegandolo. Aveva capito cosa fare. Prese a camminare, poi a passo spedito, poi a correre.
Lui sapeva. Era certo, qualcosa lo attendeva al di la della boscaglia, oltre il cordone dunale.
Le scarpe pesavano più del normale, nelle suole si avvertiva il tipico rumore dell’acqua a contatto con la pelle, ad ogni passo si avvertiva ritmicamente la pianta staccarsi dalla gomma.
Correva nella boscaglia e la sabbia si trasformava in terriccio. Sotto i piedi lo scricchiolio di rami, foglie e pigne. Rumori croccanti, secchi e discordanti dalle sensazioni provate in precedenza.
Tutto stava cambiando, la luce assumeva i toni del verde, ma ancora qualche raggio s’infiltrava chiaro tra la boscaglia, mentre lottava contro i rami e le fronde che si opponevano alla sua corsa. Fronde fruscianti, e passi incalzanti, i suoi.
Non aveva il tempo di voltarsi, sapeva di dover correre. Lo stavano aspettando.
Improvvisamente il confine tra terra e asfalto fu chiaro. Un colpo netto alla vista ed era in strada, aveva smesso di lottare. Riprese il foglio dalla tasca destra, se lo girò tra le mani e lo osservò nuovamente per orientarsi, ancora una volta finì nella tasca e riprese il cammino.
Si lasciò indietro la pineta per andare avanti camminando nel sole. Le radiazioni lo scaldavano ed improvvisamente gli abiti iniziarono a separarsi dal corpo. Sempre più leggero, gli abiti non più zuppi lasciavano libertà nei movimenti. Tutto era chiaro, illuminato dal sole. Non aveva bisogno di pensare, camminava e basta.
Passi tanti, quanti bastarono ad arrivare al vecchio casolare. Rovinato dal tempo, dall’incuria, abbandonato come tutte le cose oramai inutili, agli occhi di chi guarda. Come un campo gravitazionale aveva attirato l’uomo a sé, quando ormai le ombre puntano a Nord.
Non ebbe neanche il tempo di decidere se entrare o meno. Era dentro, senza potersi spiegare il come. Un gesto naturale e quelle mura tufacee logore, polverose e piene di alveoli, furono il suo posto sicuro. L’approdo e il ristoro in una giornata a metà.


6 commenti:

  1. un modo espositivo di una graffiante dolcezza, secco, quasi fotografico, reportage di intimistiche vicessitudini...

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  2. Affascinante .... vado a leggere la seconda parte !!! Ma. con tutto il rispetto, quella barca, che dicono sia un monumento, ritengo, personalmente, sia OSCENO !!!

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    1. Il rispetto per chi? Per cosa? Hai tutto il diritto di esporre la tua opinione sul modo in cui i soldi pubblici vengono spesi. Sono anche tuoi e miei, per quanto riguarda la bellezza dell'opera è opinabile il gusto estetico, mentre non è opinabile la volontà di rimembrare certe catastrofi umane, che in alcun modo devono cadere nell'oblio. Grazie dell'attenzione :)

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  3. Fabietto ... il meglio deve ancora venire no?

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    1. Luciano ti riferisci al racconto o ai retroscena dell'opera (movimenti politici ed amministrativi)?

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