benvenuti a casa della stronza

Questa è la casa della Stronza Jenny, una dimora in cui vigono regole tutte strane e che potreste non accettare, ma a me che me ne fotte?

venerdì 2 novembre 2012

L'uomo venuto dal mare. Ultima parte.


Parte 4 – come tutto è iniziato, così era già finito
Stava per albeggiare. Una carretta del mare, una piccola vela piena di persone ed i corpi uno ammassato sull’altro. Stremati si facevano trasportare. Rumore del mare e poche parole. Procedeva lenta.
L’uomo osservava il biglietto tra le mani, poi lo riponeva nel portafoglio. Un altro uomo lo guardava mentre s’accorgeva del gesto, si avvicinava per rubare ciò che credeva fosse denaro. Un attimo di concitazione tra disperati e la testa sbattè contro il boma della vela. Una virata del natante e lui incosciente cadde in acqua.
L’avido sembrava familiare, lo stesso uomo che lo spinse e vide cadere nel cantiere ed ora osservava crescere la distanza tra la chiglia e l’uomo in mare.
Era morto.  Il corpo era cullato dal moto ondoso, giaceva in acqua abbandonato, gli arti rilassati, il viso immerso, i capelli fluttuanti nell’acqua marina. Era l’alba, e le increspature dorate s’infrangevano sui suoi vestiti.
Due pescatori a riva notarono l’uomo galleggiante e s’avvicinarono. Non fu facile raccoglierlo, ma ci riuscirono. Così l’uomo non raggiunse mai la riva con le proprie forze. Un foglio dispiegato fluttuava sul menisco marino, una pagina bianca su cui non vi era scritto nulla ora, ma che un tempo recava qualcosa.


giovedì 1 novembre 2012

L'uomo venuto dal mare. Parte 3


Parte 3 – Quello che accadde fuori dal posto sicuro
Cosa accade se si abbandona un posto sicuro. In quel posto ci era arrivato da poco e subito aveva deciso di dedicarsi alla conoscenza delle cose meno prossime a quelle mura tufacee.
Aveva capito a grandi linee di cosa si trattava. Si abbandonava la base per andare a lavorare. Muratori o giù di li, così aveva capito quando la sera prima aveva tentato a gesti a chiedere qualche spiegazione.
Si avvicinò all’autista per presentarsi, ma non comprendendosi, l’uomo alla guida iniziò a chiamarlo Ismael.
Non era il suo nome, ma poco gli importava, con la nuova vita il nuovo nome andava più che bene, fece cenno di sì con il capo e salì sul retro del furgone, accatastandosi letteralmente sugli altri. Nel frattempo capì di non ricordarsi più il suo vero nome, in verità da quando aveva intravisto la riva non ricordava più nulla di sé, del proprio passato, da dove venisse.
Erano pressati come sardine, questo il suo presente.
Il viaggio fu buio e scomodo. Il motore si spense e rividero tutti la luce, all’improvviso.
Scesero tutti. Davanti ai suoi occhi metri e metri di tubi metallici ed assi di legno che s’intersecavano come una ragnatela attorno allo scheletro in un cantiere.
Salì e iniziò a lavorare, seduto con una gamba a penzoloni nel vuoto. Vedeva il suolo chiaro e polveroso schiarirsi con il passare del tempo, il sole era sempre più alto, sempre più caldo.
Tutti attorno si muovevano agilmente tra le ramificazioni dell’impalcatura.  Salivano, scendevano e si districavano tra il metallo.
Tutti indaffarati gli operai nel formicaio brulicante di vita, versi e urla attorno a lui, vocali che penetravano i timpani, non riusciva a comprendere il significato, salì e iniziò a imitarli.
Lui era ancora lì seduto allo stesso punto, con la cazzuola in mano e il secchio vicino le gambe, mentre osservava bene per cercare di comprendere a fondo, parole che nella mente divenivano immagini nebulose.
All’improvviso perse l’equilibrio, urtato da qualcuno scivolò verso il basso. Intravide l’incolpevole che lo osservava atterrito mentre cadeva.
Stava per morire, realizzava mentre si avvicinava al suolo. Non pensava a nulla, il vuoto, solo osservava la polvere del suolo farsi più dettagliata, distingueva le pietruzze e i granelli più grossi.
All’improvviso un tonfo, che avvertì come fosse uno spettatore. Era precipitato ed era morto.
Al contrario di quanto molti possano pensare, in quegli attimi non vide scorrere la sua vita. Mentre la distanza con il punto d’impatto si riduceva, vedeva il punto d’arrivo farsi più vicino.
Non si oscurò neanche la vista. Fu buio d’un tratto, il suolo impattò con il corpo, lo accoglieva, avvolgendolo come acqua, quella da cui proveniva.

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